TFR in azienda o nel Fondo Previdenza Complementare: Guida alla destinazione della pensione
La destinazione dei contributi previdenziali per la pensione e del TFR (trattamento di fine rapporto) lascia da sempre aperte molte domande e fornisce poche risposte ai lavorarotori dipendenti del settore privato e pubblico nonchè ai lavoratori autonomi che spesso chiedono una guida che gli dia qualche consiglio per sapere qule scelta effettuare, quale sia la convenienza a lsciare il TFR in azienda o destinarlo a forme di previdenza complemtare.
Nei precedenti articoli abbiamo parlato delle agevolazioni fiscali connesse agli investimenti in forme di di previdenza complementare come fondi chiusi e fondi aperti e abbiamo anche introdotto una guida fiscale alla pensione con le principali novità introdotte dalla nuova manovra economica.
Pensiamo anche che già il fatto di essere in grado di poter accantonare dei contributi previdenziali già ci mette in condizione di poter formare il nostro fondo pensione con una guida fiscale e non è cosa da poco se si pensa alle altre tipologie contrattuali, diverse dai contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinato, ecc. che ne prevedono il versamento a carico del datore di lavoro.
Per la destinazione poi dei contributi e del TFR in genere si privilegiano eventuali fondi di previdenza complementare eventualmente appartenenti ai rispettivi contratti collettivi di lavori che spesso prevedono forme di investimento privilegiate e piani di accumulo agevolati e spesso è lo stesso datore di lavoro che partecipa alla formazione del fondo previdenziale attraverso il riconoscimento di punti percentuali di contribuzione a favore del dipendente (esempio se io verso il TFR al fondo di previdenza complementare XY io ti riconoscerò un 2% in più rispetto alla tua quota di TFR che intendi destinare al fondo. (la cosiddetta contribuzione datoriale che spinge il lavoratore dipendente ad innalzare la quota da destinare al fondo di previdenza per avere la maggiore contribuzione bonus da parte del proprio datore di lavoro).
I fondi di previdenza complementare solitamente indicano una linea garantita di investimento e anche linee con diversi profili di rischio. In genere sul lungo periodo si predilige un investimento bilanciato di tipo azionario, ma alla luce della nuova crisi economica le logiche potrebbero variare.
L’alternativa a questo sarebbe la tradizione destinazione e mantenimento del TFR in azienda che prevede come sappiamo la rivalutazione del dello 0,75% del tasso di inflazione Istat+ 1,5%.
La prima scelta presenta un vantaggio fiscale connesso alla detraibilità dei contributi versati con le modalità descritte nell’articolo dedicato all’investimento dei contributi nel fondo di previdenza completare. Lo svantaggio invece consiste nel fatto che questo investimento resta bloccato fino alla maturazione del diritto alla pensione in quanto a differenza del TFR aziendale, questo non potrà essere liquidato per esempio in occasione dell’interruzione del rapporto di lavoro come nel caso di cambiamento del datore di lavoro.
Vi ricordiamo che in assenza di esplicita comunicazione da parte del dipendente la destinazione del TFR si presume fatta al fondo di previdenza complementare previsto dal contratto collettivo aziendale.
Certo che nessuno ci darà mai la certezza che l’investimento nel fondo di previdenza complementare sia superiore a quello della rivalutazione Istat del 75% + 1,5% tuttavia sarebbe ragionevole pensarlo dal momento che il fondo di previdenza vive grazie a questo e non superare quella soglia significa che bisogna cambiare gestore del Fondo.
Vi consiglio come sempre di leggere anche gli articoli inserite nelle categorie a tema deidicato alle pensioni nonchè nelle parole evidenziate che rimandano ad altri articoli attinenti.

