Le telecamere sul lavoro non portano al licenziamento: le nuove norme dal Garante in tutela dei cittadini e dello Statuto dei lavoratori

L’installazione di impianti di videosorveglianza e di sicurezza con telecamere sui luoghi di lavoro non costituisce una prova a danno del dipendente in una causa di licenzimento se non c’è autorizzaizone alla ripresa e alla videosrveglianza da parte del tribunale del Lavoro.

Cosa cambia per il giudice del lavoro

Rispetto a quarant’anni fa, quando è stato emanato lo Statuto dei lavoratori, le tecnologie per il controllo a distanza si sono molto evolute, oggi si parla di braccialetti elettronici e di sistemi di identificazione dell’iride. Di conseguenza il Garante della privacy ha fatto pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale del 29 aprile 2010 un provvedimento in materia di videosorvegilanza che aggiorna le direttive per la tutela dei cittadini e dei lavoratori.

Il provvedimento di cui parliamo riguarda principalmente l’installazione di telecamere in spazi pubblici posizionate per controllare i singoli cittadini e i clienti che vi circolano. E’ capitato a tutti di vedere queste telecamere collegate a sistemi di sicurezza nelle strade dove facciamo shopping, nei centri commerciali e negli studi professionali privati, e a giudicare dalla quantità che se ne trovano, viene spontaneo chiedersi se non se ne faccia un abuso.

Naturalmente telecamere di videosorveglianza sui lughi di lavoro sono misure che hanno uno scopo preventivo delle azioni di criminalità, ma i cittadini vanno protetti e secondo il Garante, devono essere informati con cartelli specifici che indicano le aree video sorvegliate.

Questi di seguito sono i principi generali del nuovo provvedimento del Garante per la privacy.

Leggete attentamente perché, se queste condizioni vengono rispettate, non è necessario acquisire il consenso degli interessati per fare delle videoriprese.

Le condizioni da rispettare per installare gli impianti di videosrveglianza con telecamere sul posto di lavoro

Tali condizioni sono 1 ) le immagini registrate possono essere conservate per un periodo limitato e fino ad un massimo di 24 ore. Si possono superare le 24 ore solo in caso di esigenze tecniche (ad esempio per i mezzi di trasporto) o per la particolare rischiosità dell’attività (ad esempio, in una banca l’esigenza può essere giustificata per identificare gli autori di una rapina).

2) I sistemi che integrano la ripresa con videocamera a meccanismi di acquisizione di dati biometrici (ad esempio l’iride dell’occhio) devono essere verificati dal Garante della privacy prima del loro utilizzo;

3) negli ospedali è vietata l’acquisizione di immagini di persone malate mediante l’utilizzo di monitor quando questi sono collocati in locali accessibili al pubblico;

5) i dati raccolti mediante sistemi di videosorveglianza devono essere protetti con misure di sicurezza che riducano al minimo i rischi di distruzione, di perdita e di accesso non autorizzato.

La problematica della tutela della privacy del cittadino nel caso di videosorveglianza e sistemi di sicurezza riguardano anche il rapporto di lavoro. In linea generale il provvedimento non tocca le garanzie di cui all’art. 4 dello Statuto dei lavoratori che, vieta il controllo a distanza dell’attività lavorativa. Pertanto, se non c’è stato un esplicito accordo con i sindacati o non si è provveduto a richiedere la dovuta autorizzazione alla Direzione Provinciale del Lavoro, l’installazione di telecamere sul luogo di lavoro è vietata. L’utilizzo di sistemi di videosorveglianza mirati al controllo dei lavoratori prevede una multa che va da 154 a 1.549 euro oppure l’arresto da 15 giorni ad un anno, salvo che la violazione costituisca un reato più grave.

Come dicevamo, al giorno d’oggi le telecamere sono posizionate un po’ ovunque nelle strade e nei centri commerciali, quindi l’attività dei lavoratori può solo indirettamente finire nel mirino di una videocamera posizionata in luoghi pubblici. Pensate ad esempio al lavoro dei commessi nei negozi, agli autisti sui mezzi pubblici, o agli impiegati di banche e uffici postali che vengono comunque incidentalmente ripresi.

In questi casi il datore di lavoro deve:

1) informare della presenza della videosorveglianza con appositi cartelli (bisogna provvedere entro 12 mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, cioè dal 29 aprile 2010);

2) nominare un incaricato della gestione dei dati delle video riprese;

3) posizionare le telecamere in modo mirato;

4)conservare le immagini raccolte solo per un massimo di 24 ore dalla rilevazione.

Cosa succede se i filmati realizzati illegittimamente riprendono atti illeciti?

Bisogna considerare che il principio consolidato è il seguente: l’uso di una telecamera a circuito chiuso, finalizzata a controllare a distanza anche l’attività dei dipendenti, è illegittimo e come tale, sul piano processuale, non può avere alcun valore probatorio (sentenza della Cassazione n. 8250/2000) ad esempio, ai fini della richiesta di risarcimento danni per la sottrazione di merci aziendali.

La stessa conclusione può essere applicata per le sanzioni disciplinari, poiché la Cassazione ha dato una risposta affermativa nella sentenza n. 15892/2007 sostenendo che i dati acquisiti tramite videosorveglianza in violazione dello Statuto dei lavoratori non possono essere un legittimo  fondamento per un licenziamento.

Bonus fiscali per la videosorveglianza e l’installazione di impianti di sicurezza

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