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Reddito di cittadinanza, fra proposte e realtà

punto interrogativo fatto di nuvoleCos’è il reddito di cittadinanza?
Se ne parla da diverso tempo e sembra che tutti abbiano un’idea differente su cosa sia il reddito di cittadinanza. I proclami politici di alcuni partiti e movimenti hanno basato tante loro campagne su questa istituzione ma è bene fare chiarezza su cosa sia veramente.
Il reddito di cittadinanza, nella sua definizione pura, sarebbe un atto di sussistenza che spetta a chiunque sia in possesso della cittadinanza in un determinato Paese, in questo caso della cittadinanza italiana. Non fa differenza tra ricchi e poveri, tra occupati e disoccupati, tra giovani e anziani ma premia in egual modo chiunque abbia una cittadinanza. Per legge, quindi, dovrebbe spettare a chiunque e senza distinzione e dovrebbe aggiungersi a qualunque stipendio e busta paga. Sarebbe fattibile una misura simile? Sicuramente no, non sarebbe sostenibile un reddito versato a qualunque cittadino per il solo fatto di possedere la cittadinanza italiana e, soprattutto, non sarebbe utile per chi uno stipendio non ce l’ha. Ecco, quindi, che bisogna distinguere tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito: sono due entità palesemente differenti che vengono confuse da alcuni esponenti politici che puntano sul sentimento di appartenenza nazionale per lanciare una proposta che, tuttavia, dovrebbe assumere altri contorni.
Quello che alcuni politici chiamano reddito di cittadinanza altro non è che il reddito minimo garantito, ossia una forma assistenziale garantita a tutti i cittadini italiani che abitano nel territorio nazionale che non hanno uno lavoro fisso o che non ce l’hanno affatto.

Nel reddito minimo garantito

sono inclusi anche i cittadini in età pensionabile se l’ammontare del versamento mensile è al di sotto del limite minimo garantito, sia che siano stati versati i contributi durante l’attività lavorativa sia che non siano stati versati. In questo caso, tuttavia, sarebbe da aprire una parentesi a parte perché si è aperto un dibattito sull’eventualità di scindere le pensioni minime dal reddito minimo garantito, perché trattasi di fatto di due istituti differenti.
La proposta di istituire in Italia il reddito di cittadinanza è stata avanzata dal Movimento 5 Stelle ma ci sono alcuni nodi da sciogliere per capire bene come e se si tratti di una proposta attuabile.
L’idea del movimento di Beppe Grillo è quella di garantire a tutti un reddito minimo di 780 euro al mese: ai cittadini che non possono godere di nessun’entrata derivante dal lavoro dipendente o autonomo viene versata l’intera cifra mentre a chi effettua lavori saltuari o svolge lavori per i quali la retribuzione non raggiunge la soglia dei 780 euro, dovrebbe essere versata la differenza. La manovra avrebbe un costo di 17 miliardi di euro all’anno.

Appare chiaro, quindi, che si tratta di un reddito minimo garantito, perché se si trattasse di un reddito di cittadinanza cadrebbe in toto il discorso del tetto minimo sotto cui erogare l’assegno di sussistenza e la cifra di 780 dovrebbe essere versata a qualsiasi italiano con il risultato che questa manovra costerebbe allo Stato circa 450 miliardi di euro all’anno, circa 25% del Pil nazionale.
La differenza appare, dunque evidente: il reddito minimo garantito è una misura fattibile, il reddito di cittadinanza no. Si tratta di una cifra considerevole senza ombra di dubbio, ma in passato sono state trovate le coperture adeguate per il bonus da 80 euro promosso dal Premier Renzi, per un totale di 10 miliardi di euro e non è escluso che se il Governo considerasse questa misura opportuna, i fondi verrebbero individuati.

I pareri favorevoli per l’ingresso di questa misura di assistenza sociale sono numerosi ma devono scontrarsi con altrettante, logiche, opinioni discordi secondo le quali si tratterebbe di una forma assistenzialistica che disincentiverebbe la volontà di cercare un’occupazione. La strada da percorrere è senza dubbio lunga, devono essere chiariti numerosi aspetti della proposta e dev’essere trovata la via migliore per la sua eventuale attuazione, ma i presupposti non sembrano mancare anche perché, dopo tutto, questo strumento è già in uso in diversi Paesi europei.

In quali Paesi esiste il reddito minimo garantito?

Specificando che il reddito di cittadinanza, inteso nel suo senso più stretto, non esiste in praticamente nessun Paese del mondo, il reddito minimo garantito, invece, è una realtà in tantissimi stati, anche d’Europa.
Partendo da questo presupposto, è giusto segnalare che gli unici Paesi d’Europa a non aver ancora introdotto una misura simile sono la Grecia e l’Italia, che ancora non hanno adempiuto alle indicazioni fornite dall’Unione Europea.
Infatti, va chiarito che nel lontano 1992 l’Europa Unita aveva già raccomandato agli Stati membri della confederazione di introdurre misure tali da garantire a tutti i cittadini la dignità di un reddito che consentisse loro di vivere in maniera onesta. Erano anche state indicate delle linee guida, che sono state poi riviste e proposte nel 2008 e nel 2010 nel Parlamento Europeo. Neanche all’epoca Italia e Grecia hanno saputo rispondere positivamente al richiamo dell’Europa come, invece, è stato fatto dagli altri Paesi.

Germania, Francia e Inghilterra possono essere considerati come i Paesi pionieri di questa iniziativa, giacché il reddito minimo garantito è legge già da prima che ci fosse la raccomandazione dell’Europa, così come accade nei Paesi Scandinavi, che l’hanno riconosciuto come diritto inviolabile dell’uomo.

Guardando al di fuori del nostro recinto e controllando la situazione mondiale, ci si rende conto di come siano pochi i Paesi che non prevedono una misura simile. Anche Paesi culturalmente ed economicamente più indietro dell’Italia hanno ormai introdotto nella loro Costituzione il reddito minimo garantito per assicurare a ogni cittadino di vivere dignitosamente. Tre esempi su tutti: Namibia, India e Brasile sono tra Paesi che rientrano in questa speciale categoria.
Certamente si tratta di un atto di civiltà e di amore verso i cittadini che abitano la nazione ma è indispensabile che vengano posti dei paletti precisi per evitare il sedentariato la condizione di apatia lavorativa che potrebbe comparire nel caso in cui a tutti venisse garantito un assegno minimo mensile di circa 800 euro: anche per questo motivo bisogna fare una doverosa distinzione tra l’assegno di disoccupazione e il reddito minimo garantito.

Differenze tra assegno di disoccupazione e reddito minimo garantito

Quanto detto finora potrebbe far credere che i due istituti assistenziali siano quasi compatibili ma in realtà non è proprio così.
L’assegno di disoccupazione, in Italia, è già una realtà ed è destinato a chiunque perda il lavoro: viene erogato per i due anni successivi ed è proporzionale all’ultimo anno di stipendio percepito.
E’ da considerare un valido aiuto durante il periodo di vacanza del lavoro, durante la ricerca per evitare di cadere in una condizione di povertà. Tuttavia, la proporzionalità della sua entità è un fattore fortemente limitante perché presuppone in molti casi un assegno tale che non permette di vivere con dignità.
Inoltre, non è una misura prevista per i giovani inoccupati, ossia i ragazzi che ancora non sono stati occupati nel loro primo impiego e cercano un lavoro.

Al momento, le spese per la ricerca del lavoro e per il sostentamento dei giovani durante quel periodo sono totalmente a carico delle famiglie e non può essere ammissibile in una società civile. Per come è stata strutturata la proposta del Movimento 5 Stelle, per altro, non è stato posto un limite temporale per l’erogazione del reddito minimo garantito che, però, necessita di alcune fattispecie per essere assegnato. Infatti, proprio per evitare l’apatia lavorativa, il cittadino in età lavorativa deve dimostrare impegno nella ricerca del lavoro e solo in quel caso può ottenere il sostentamento. Se i colloqui lavorativi vengono svolti con il palese intento di ottenere il numero minimo di colloqui valevole per ottenere il reddito minimo garantito, senza la precisa volontà di voler guadagnare uno stipendio con il proprio lavoro, gli enti di previdenza sociale possono revocare qualsiasi forma sussistenziale.
Queste sono le principali differenze tra le due forme di sussistenza che possono tranquillamente coesistere per creare una struttura assistenziale completa che supporti i disoccupati e gli inoccupati italiani.

Ancora non è chiaro se e quando in Italia potrà aprirsi un tavolo di discussione in merito, così come non è chiaro quali potrebbero essere le misure da adottare per regolamentare l’istituto del reddito minimo garantito. In Europa, però, ci sono tantissimi modelli che possono essere presi come spunto per creare una rete capillare che sappia offrire la giusta dignità a qualsiasi cittadino italiano, soprattutto in questo momento di forte crisi con un livello di disoccupazione elevato e con sempre più italiani che faticano a mantenere se stessi e le proprie famiglie.
Il governo Renzi si è detto possibilista per trovare un accordo e chissà che col nuovo anno qualcosa di concreto non venga fatto.

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